Tag Google, cosa cambia davvero: il tracciamento senza codice esiste, ma quasi per nessuno

Google unifica Google tag e Tag Manager e introduce il tracciamento eventi senza codice. L'annuncio è di maggio 2026, ripreso ad agosto. La funzione che fa notizia è in beta e copre un solo caso: le conversioni di acquisto in Google Ads.

Se negli ultimi giorni avete letto che Google ha introdotto il tracciamento eventi senza codice, il titolo è corretto e l’aspettativa che genera quasi sempre no. Vale la pena separare le due cose, perché la differenza si misura in ore di lavoro e in conversioni che si possono perdere.

Cosa ha annunciato Google, e quando

Google ha pubblicato sul Centro assistenza di Tag Manager una pagina intitolata "Updates to Google tag and Google Tag Manager". I punti sono quattro: i Google tag diventano container Tag Manager a tutti gli effetti, arriva il tracciamento eventi tramite selezione visiva degli elementi della pagina, l’interfaccia di Tag Manager viene semplificata, e i container cosiddetti "ottimizzati" inviano i dati direttamente alle destinazioni Google senza caricare gtag.js.

Nessuno dei tag esistenti smette di funzionare. Google dichiara che ogni destinazione mantiene il proprio tag e che il comportamento dei tag già presenti sulle pagine non cambia. Non è una migrazione forzata con una scadenza sopra.

Il tracciamento senza codice, per ora, riguarda un caso solo

Il "visual tagging" è la funzione di cui si sta parlando: si apre il sito, si clicca sull’elemento da tracciare, si crea l’evento senza scrivere una riga di codice e senza aprire un ticket allo sviluppatore. Detta così, sembra la fine di una categoria di seccature.

La pagina di supporto di Google però è esplicita: la funzione è disponibile in beta e per un caso d’uso soltanto, le conversioni di acquisto in Google Ads. L’estensione ad altri scenari è annunciata nel corso dell’anno, senza date. L’articolo di Search Engine Land che ha fatto circolare la notizia parla genericamente di "no-code event tracking": il titolo è più largo della funzione.

Cosa vuol dire in pratica, guardando le aziende che seguiamo:

  • Se vendete online e usate Google Ads, la conversione d’acquisto la potete configurare da interfaccia. È una sessione di lavoro, non un progetto, e non costa nulla in licenza: Tag Manager resta gratuito.
  • Se siete un’azienda di servizi B2B e tracciate richieste di preventivo, telefonate, download di un catalogo, oggi siete fuori dal perimetro. Quegli eventi continuano a configurarsi come prima.

Chi aveva solo il Google tag ora ha in mano molto di più

C’è un aspetto però che tocca più aziende: molte PMI non hanno mai attivato Tag Manager: hanno il Google tag piazzato sul sito dallo sviluppatore anni fa e finisce lì. Con questo aggiornamento quei Google tag diventano container Tag Manager completi, con controllo delle versioni, modalità di debug e interfaccia di gestione.

Significa poter vedere cosa scatta e quando, tornare indietro a una configurazione precedente, provare una modifica in anteprima prima di mandarla in produzione. Sono le tre cose che oggi mancano quando qualcosa nei dati non torna e nessuno sa dire da quando.

Il banner di ottimizzazione: facoltativo, e da guardare prima

Chi ha un setup già strutturato, tipicamente un e-commerce seguito da un’agenzia, vedrà comparire in Tag Manager la proposta di "ottimizzare" il container. È qui che conviene rallentare.

L’ottimizzazione è facoltativa e non si attiva da sola: chi ha implementazioni evolute deve esaminare le modifiche proposte da Google prima di pubblicarle, senza dare per scontato che una configurazione più semplice si comporti in modo identico a quella esistente.

Tradotto in lista di cose da fare:

  • Aprire l’anteprima e verificare i tag riga per riga, prima di premere pubblica.
  • Controllare i nuovi collegamenti automatici tra container e account di destinazione. Nascono con accesso in sola lettura, ma vanno comunque censiti: sapere chi legge i vostri dati è parte del lavoro.
  • Mettere a calendario un punto tecnico non urgente ma reale: i nuovi snippet di installazione non conterranno più il comando gtag config, e Google raccomanda di gestire l’inizializzazione con il trigger gtm init. Chi ha implementazioni legacy può configurare il trigger perché attenda il comando config. Se avete personalizzazioni sul tag, chi le ha scritte va avvisato adesso, non il giorno in cui i dati si fermano.

Preventivate mezza giornata o una giornata di consulenza, con test prima della pubblicazione. Non è un aggiornamento da fare di venerdì pomeriggio, e non è un pulsante da cliccare per curiosità sull’account che porta il fatturato.

Dove il no-code non arriva

Matteo Zambon, fondatore di Tag Manager Italia, in un intervento riportato da PPC Land legge il visual tagging come l’ammissione che la configurazione manuale era troppo faticosa per la maggior parte degli inserzionisti, e come la chiusura del divario sui casi facili: un pulsante, una conversione, una destinazione. Stima, per esperienza professionale e dichiarandolo come stima personale, che la selezione visiva copra il 70-80% dei casi di tagging. Non è un dato pubblicato da Google e non va usato come statistica di mercato: è la lettura di un professionista del settore.

Il punto interessante è l’altra parte, quel 20-30% che resta scoperto. Sono i casi in cui i soldi si perdono davvero: carrelli con passaggi multipli, checkout su dominio di terze parti, valori dinamici da passare correttamente, deduplicazione tra tracciamento lato client e lato server, eventi che devono coincidere con quello che dice il gestionale. Un selettore di elementi non risolve nessuno di questi.

PPC Land aggiunge un contesto che l’articolo di partenza non tocca: alcune liste di filtri degli ad blocker hanno iniziato a nominare direttamente i sottodomini usati per il Tag Manager lato server, e sono documentati bug di duplicazione degli hit GA4 in ambiente server-side. Sono problemi di infrastruttura, non di interfaccia, e restano dove erano.

Un’ultima cosa che spesso non viene citata ma che in Italia pesa eccome: il tracciamento resta subordinato al consenso e all’informativa. Un’interfaccia che rende banale creare un evento non rende banale raccoglierlo in modo lecito. Consent mode, banner e base giuridica non cambiano di una virgola con questo aggiornamento.

Cosa farne, questa settimana

Tre azioni, in ordine di quanto costano.

Se non avete mai usato Tag Manager, aprite il container che vi siete ritrovati e guardate cosa c’è dentro. Serve a sapere quali dati state già raccogliendo, il che di solito è la domanda a cui nessuno sa rispondere.

Se vendete online con Google Ads, provate la configurazione della conversione d’acquisto da interfaccia, su un ambiente di test se ne avete uno. È il solo scenario in cui la novità è utilizzabile oggi.

Se avete un tracciamento strutturato, non toccate il banner di ottimizzazione senza aver visto l’anteprima o senza aver consultato la vostra agenzia di fiducia. Chi pubblica al buio e perde due settimane di conversioni non recupera i dati mancanti: quelli non tornano indietro.

Fonti

  1. Search Engine Land, https://searchengineland.com/google-unifies-google-tag-and-tag-manager-adds-no-code-event-tracking-485688 (24 Agosto 2026)
  2. Google Tag Manager Help, https://support.google.com/tagmanager/answer/17079602?hl=en
  3. PPC Land, https://ppc.land/google-tag-manager-and-google-tag-are-merging-what-actually-changes/
  4. PPC Land, https://ppc.land/googles-visual-tagging-covers-the-easy-70-to-80-of-cases-zambon-says/

Mattia Zanin, Founder di Gigamind